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Barazzo

Spiegami mo’ questa cosa che le droghe fanno male.

Tra le varie frustrazioni di chi scrive di musica ed è appassionato di rock pesante c’è quella di non essere in grado di mettere su carta la sensazione di stordimento provata al primo ascolto di quelli che poi sono diventati il nostro disco del cuore. Il motivo principale è che quasi tutta la letteratura in materia è carta straccia, vittima di paroloni tipo apocalittico o seminale o desolante e di citazioni coattissime che pescano un po’ dalla Bibbia un po’ da Burroughs un po’ da Apocalypse Now, o magari di toni freddi e distaccati che nella tua testa dovrebbero ricordare un’autopsia dell’anima devastata dell’autore, quasi sempre tragicomico nel risultato finale. Il modo più sicuro di lasciare un effetto è quello di tenere il disco lontano dai canali del diffondere ad ogni costo, contingentare l’emozione, passarlo alle persone fidate e conservare il culto attorno al disco ad un livello di guardia che ti permetta di conservare l’integrità del primo impatto. A volte riesce, a volte no. Le volte in cui no, il disco cade vittima della sua parziale accessibilità – nessuno è mai riuscito a creare qualcosa di davvero inaccessibile, soprattutto perché in pochissimi ci hanno provato davvero (che senso ha produrre musica che nessuno vorrebbe ascoltare?).

Qui inizia il gioco dei sottoinsiemi. Ci sono dischi realmente ostici che hanno incontrato l’immaginario. Ci sono dischi che hanno fatto fare passi avanti alle frontiere dell’inascoltabile, hanno smesso di significare se stessi e hanno dato origine a un genere – musicale, emotivo, eccetera. Tra questi dischi ce ne sono alcuni che rimangono indissolubilmente legati alla propria epoca, altri che continuano a suonare come se fossero stati pensati e registrati su un altro pianeta. Tra questi ultimi ce ne sono alcuni su cui i fan e la critica hanno sentito il bisogno di esprimersi in massa, e tra questi ce ne sono due o tre che nonostante tutto il gioco dei sottoinsiemi conservano inalterato il proprio fascino e suonano ad ogni passaggio della stessa cruda intensità con cui ti ci sei avvicinato la prima volta.

Nel 1990 Neil Hagerty chiude l’esperienza Pussy Galore in uno dei periodi più oscuri della propria esistenza. In quello che sembra il delirio di un tossico svitato pubblica il secondo disco del side-project che ha messo insieme con la fidanzatina, una serie di registrazioni di fortuna nelle quali infila le parti inutili di quasi tutto quel che ha ascoltato in vita sua. La band si chiama Royal Trux, il disco si chiama Twin Infinitives. La musica che contiene è un massiccio e scriteriato ammucchiarsi di segnali del tutto a caso sbattuti a forza in un contesto di desolato autismo tossico. Le leggende intorno al disco ed alla band ne faranno aumentare a dismisura la fama fino a renderlo ancor oggi una mezza leggenda del rock’n'roll più addosso all’avant. Se il disco fosse uscito un anno prima e fosse stato inciso identico da due ciccioni di trentanove anni vestiti bene, probabilmente sarebbe stato archiviato in un angolo del cervello nel giro di tre settimane e ripescato a buffo da una Fat Possum qualsiasi negli anni pre-shitgaze. In un caso o nell’altro Twin Infinitives continua a mantenere immutato il fascino desolato di un tempo.

In tutto questo, Domino annuncia la ripubblicazione di quattro classici a firma Royal Trux. Dentro c’è anche Twin Infinitives. Io lo so cosa c’è da fare in questi casi.

Articolo pubblicato alle 08:30 del Thursday 4 November 2010, nelle categorie: Bullshit, Mp3, Podcast.
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