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Barazzo

Il mio Primavera Sound – di Alarico Mantovani. Seconda parte

Dopo avere ospitato di sabato le puntate di La Sagra del… Primavera, da oggi al primo sabato di luglio continuiamo a parlare di ciò che è accaduto tra Barcellona e Porto ai primi del mese.
L’inviato speciale di Maps al San Miguel Primavera Sound di Barcellona è il nostro Alarico Mantovani, che ci racconta il “suo” festival.

Iniziamo subito con le note dolenti, così ce le togliamo dai piedi. Che vi siano cancellazioni e cambiamenti di programma in corsa nell’ambito di un festival in cui si esibiscono centinaia di band, come capite, è un dato assolutamente fisiologico ed oserei dire statistico. Resta però il fatto che quest’anno le defezioni sono state abbastanza pesanti, non sono passate inosservate ed una volta tirate le somme hanno certamente influito sul giudizio complessivo relativo all’intero Primavera Sound. I primi a dare forfait con largo anticipo sono stati i Death Grips, eccitante duo americano sulla cresta dell’onda, dedito ad un alternative hip hop esplosivo e fuori dagli schemi. A ruota ha prevedibilmente segnato il passo un headliner gigantesco come Bjork per via dei noduli alle corde vocali che purtroppo la stanno bersagliando da un po’ di tempo a questa parte. Soltanto un paio di giorni prima del suo concerto ha dovuto darla su anche un altro dei nostri beniamini ovvero El-P: l’ex Company Flow ha annullato a causa della morte di una persona a lui molto vicina. Non è finita qui perché la sfiga continua ad abbattersi sul Primavera anche in corso d’opera: se il motivo per cui i Melvins non si presentano non è molto chiaro, un’altra brutta notizia giunge dalle condizioni di salute piuttosto gravi di Matt Pike degli Sleep, il cui concerto viene annullato poco prima dell’inizio.

Tolto il dente tolto il dolore. Detto ciò, il venerdì è stata una giornata a mio avviso interlocutoria, non all’altezza delle altre che ho vissuto al Parc del Fòrum in questi anni. In avvio le note positive con il nostro Paolo Iocca, Boxeur the Coeur, seguito da tutta la balotta di Sfera Cubica a sostenerlo sotto il palco Adidas Originals: buona prova per lui che si lancia indomito e sicuro, peccato che la luce del giorno penalizzi un po’ il suo show, così suggestivo quando può invece spalmarsi sulla faccia e sulle braccia i colori fluo nell’oscurità. Seguo distrattamente Dirty Beaches, apprezzabili ma in pienissimo stile Suicide, pure troppo, ed è quindi il turno dei Girls, un palco tutto splendidamente addobbato di fiori per loro che manco quello dell’Ariston avrebbe potuto competere: peccato che mi risultino un po’ noiosi ed innocui nonostante riconosca che abbiano mestiere e ci sappiano fare. Vado a fare un riposino sulle poltrone del magnifico auditorium Rockdelux ed intanto mi sento il tributo a Third dei Big Star con Jeff Tweedy, Yo La Tengo ed altri a cantare e reinterpretare i pezzi della band che fu di Alex Chilton… Mah, per quanto questo concerto sia stato decantato dagli organizzatori del festival in sede di conferenza stampa il giorno successivo, a me proprio m’ha annoiato: una roba molto da vez, che sarebbe piaciuta un sacco a quelli che leggono gli articoli dedicati al classic rock sul Mucchio e sul Buscadero sulla sedia a dondolo accanto al caminetto, cioè non a me. Però le poltrone, la visuale e l’acustica dell’Auditorium sono da provare almeno una volta nella vita (anche perché a partire dall’anno prossimo non potrà più essere utilizzato dagli organizzatori) e così non mi rammarico nemmeno troppo di aver perso il contemporaneo concerto dei War On Drugs.

Quando usciamo all’aperto è già in pieno svolgimento l’oceanico ed elefantiaco concerto di The Cure che monopolizza, anche psicologicamente, l’intera giornata di festival. Non odiatemi se vi confesso che, pur riconoscendone l’importanza ed il valore, non ho mai amato granché il binomio Cure/Smiths, oggetto altresì d’idolatria da parte di foltissime e maggioritarie schiere di indie rockers. E mentre ascolto distrattamente la scaletta che pare una compilation interminabile di tutti i grandi successi del gruppo di Sean Penn ehm… di Robert Smith, che nella mia testa si fonde in un medley caricaturale e nazionalpopolare, sgattaiolo di soppiatto giù al palco Vice per un paio di pezzi di cattiveria d’antan distillata dai veterani Napalm Death. Sarà che il palco è in salita ma dopo due pezzi mi sale anche la nausea. Provo allora a curarmi con i Codeine ed il loro slowcore da manuale, vent’anni fa perfetto anello di congiunzione tra gli Slint e le successive band del post-rock di Louisville. Evocativo ed anche emozionante a tratti, certo, ma la reunion li inserisce a pieno titolo nella categoria reliquie storiche. Mi rituffo nel nuovo con l’originale dubstep danzereccio e molto soul di SBTRKT e poi mi ribecco a distanza di anni The Rapture, giusto il tempo di sentire il tema della sigla dell’esilarante serie tv inglese dei Misfits e How Deep is Your Love, il trascinante singolone quasi mutant disco estratto dall’album dell’anno scorso. Ancora godibili. Il brutto però deve ancora arrivare. Non nego che serbavo aspettative dal live di Benga, uno dei massimi e raffinati produttori dubstep, uno che anche di recente ha buttato fuori singoli ed EP spinti e senza compromessi. A quanto pare, però, Magnetic Man è un punto di non ritorno e la prima mondiale del suo nuovo show è un polpettone informe da dare in pasto alla massa, con un mc sul palco che ti viene voglia di sputargli addosso da quanto è convenzionale ed omologato: un noto giornalista al mio fianco comincia a  dire che lui se lo immaginava che ormai s’era sputtanato pure Benga e si mette addirittura a fare parallelismi e raffronti con Skrillex. Io Skrillex non l’ho mai ascoltato per scelta, per partito preso, perché avevo già capito che mi avrebbe fatto vomitare ancor prima di ascoltarlo. Tuttora giuro che non ho mai sentito nemmeno un drop di Skrillex e non comincerò di certo stasera. Che il dubstep  ormai lo conoscesse pure Vincenzo Mollica e che fosse ormai da consegnare agli annali lo sapevamo già dalla fine del decennio scorso ma Benga rimane lo stesso la più grossa delusione del  Primavera Sound. Me ne vado schifato. Per fortuna mi tirano su il morale Matias Aguayo e Rebolledo che con un crescendo di gran classe mi distendono i nervi e mi riportano nelle giuste orbite sino all’alba del new day rising… cerveza beer cerveza beer cerveza beer…

fine seconda parte – continua

… e se ancora non ne avete abbastanza:
La puntata di Thermos che Alarico ha dedicato al Festival.

THERMOS ALARICO MANTOVANI 05 06 2012 RADIO CITTà DEL CAPO by Alarico

Articolo pubblicato alle 09:00 del Saturday 23 June 2012, nelle categorie: Speciali.
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