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Barazzo

Il mio Optimus Primavera Sound – di Marta Fantin. Seconda parte

Dopo avere ospitato di sabato le puntate di La Sagra del… Primavera, continuiamo a parlare di ciò che è accaduto tra Barcellona e Porto ai primi di giugno.
L’inviata speciale di Maps all’Optimus Primavera Sound di Porto è la nostra Marta Fantin, che ci racconta il “suo” festival.

Il secondo giorno di festival, venerdì, è denso di concerti che m’interessano e molti dei quali si sovrappongono, cosa da mettere sempre in conto quando si va a una manifestazione di questo tipo. Iniziamo la giornata proprio con una sovrapposizione, da parte una certezza come Yo la Tengo e dall’altra i Tennis, una band neonata. Così, avendoli visti già molte volte, mi soffermo solo qualche decina di minuto al live – molto psichedelico – degli Yo la Tengo e mi dirigo al palco ATP per Tennis. Il duo Fat Possum di Denver, che l’anno scorso con il disco Cape Dory aveva colorato la mia estate, dal vivo è in formazione a quattro e, tra una canzone e un balletto, i quaranta minuti di set passano in fretta. Molto divertenti e piacevoli, specie se sei disteso in un prato mentre sorseggi una birra. Dopo di loro, è il turno di Rufus Wainwright. Uno dei pochi nomi pop in cartellone si rivela un grande performer dotato di classe infinita, snocciola diverse canzoni tratte dal nuovo album Out Of The Game e conquista tutti, me compresa.
Passo al Club per un’altra band che sono curiosa di vedere: Chairlift. Su disco il synth pop del duo mi ha convinto parzialmente, ma dal vivo è tutt’altra cosa: la formazione è allargata a cinque, Caroline Polacheck ha una presenza scenica che nemmeno Madonna, e con quella voce invidiabile è capace di rendere anche quando si abbandona a danze degne di una ballerina professionista.

Finito il live dei Chairlift, è tempo di scappare a vedere i Flaming Lips. Lo show non è cambiato negli ultimi anni: palloni giganti, pupazzi, coriandoli, fans che ballano sul palco. Manca la sorpresa ma, come sempre, è divertente. Prima di mangiare vado a vedere i Codeine, padri dello slowcore anni ’90, che tornano dopo una lunghissima assenza. Sono timidi sul palco, commuoventi. Si meritano il titolo di dinosauri del rock, almeno per questo festival.
Dopo un po’ di pausa si riparte con Alan Palomo aka Neon Indian, l’artista texano che due anni fa era il portabandiera della scena ipnagogica, si rivela un ottimo intrattenitore e per almeno la seconda metà del live cattura l’attenzione di tutto il pubblico, anche di chi, come me, era lì un po’ a caso.
È il turno dei Beach House, la band di Baltimora nel giro di pochi anni è passata dall’essere semisconosciuta ad avere un’attenzione gigantesca, sicuramente meritata. Il palco Club si rivelerà troppo piccolo per contenere tutti i curiosi e i fan (per la prima volta vedo perfino dei teenagers che si sbracciano con dei cartelloni).
La scaletta alterna pezzi dell’ultimo Bloom ad altri di Teen Dream, mancano invece riferimenti ai primi lavori del duo. Rispetto al passato ho trovato il live più freddo e a tratti impersonale. Il successo pare aver tolto un po’ di anima alla band, peccato.
Purtroppo per vedere i Beach House perdo il live dei Walkmen e dei Wolves in The Throne Room. La buonanotte ce la danno gli M83, che dignitosi quanto basta, tralasciano a mio avviso i pezzi più sognanti del loro repertorio per lasciar spazio a una setlist un po’ troppo dance.

Ultimo giorno di festival per me. È sabato e piove a dirotto.
Inizio con i Veronica Falls che come sempre non mi deludono mai: pezzi veloci, cori e un po’ di sano mood malinconico. La band Slumberland è promossa anche questa volta.
Piove troppo e, con grande dispiacere, assisto solo ad un paio di canzoni degli Spiritualized, scappo così al coperto e subisco il live di Baxter Dury. Perché è qui?
I Death Cab for Cutie saltano per il maltempo scatenando l’ira dei fan e successivamente anche James Ferraro non si esibirà. Vado così a vedere I Break Horses, non li conoscevo, ma mi sono sembrati molto carini, eterei e il loro tappeto di riverberi mi fa promettere di ascoltarli non appena torno a casa.
Tra i progetti rivalutati grazie a questo Festival inserisco Weeknd. Non sono una fan del genere e le mixtape rilasciate dal produttore e cantante canadese erano state velocemente messe in un angolino, ma dal vivo, con una full band, il suo concerto è magnetico.
Rimango al Club anche per Wavves e il suo pubblico di adolescenti pronti al pogo. Live tirato e divertente. Speriamo che la scena battezzata shitgaze continui ad avere eredi.
Saint Etienne e Washed Out non mi fanno restare, soprattutto quest’ultimo mi annoia mortalmente.
Chiudono il mio Optimus Primavera The XX. Per quanto mi riguarda il miglior live del festival, forse anche dell’intero anno. Emozione per i pezzi vecchi e curiosità per quelli nuovi che convincono già dal primo ascolto.
Purtroppo non riesco a vedere i concerti della domenica nello splendido auditorium Casa Da Musica ma, come vi dicevo, sarà per il prossimo anno.

Fine

Articolo pubblicato alle 09:00 del Saturday 14 July 2012, nelle categorie: Speciali.
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