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Barazzo

Appuntamento con la storia: Rolling Stones – Aftermath (1966)

Lo so, amici di Maps, vi starete sicuramente chiedendo cosa succede.

Perché parliamo di un album già uscito da innumerevoli anni? Non conosciamo ormai anche il numero di peli sulla schiena dei Rolling Stones?
Ebbene sì, su di loro hanno già detto tutto, ma dato che lavoro e sudo per Maps, mi è venuto il desiderio di scrivere un post ogni tanto che si riferisca ad alcuni album che hanno fatto la storia, e che io personalmente ho consumato, amato ed ascoltato tanto da scriverci sopra ancora altre cose!

Questa settimana si parla di Aftermath, l’album degli Stones datato 1966, il quarto della band, il migliore, a mio parere, del quale amo in particolare le sonorità che si rifanno molto a ciò che circolava in quegli anni, quindi il beat, il funk, il blues e il rock’n roll però fatto “alla Rolling Stones”.


Questo album è da apprezzare sia per il fatto che è il primo costituito interamente da brani composti dalla coppia d’oro Mick Jagger/Keith Richards, ma anche perché mette in luce il talento polivalente di Brian Jones che, come tutti sapete, lascerà tragicamente la band alcuni anni dopo.
Questo talento risalta nei mille strumenti che Jones usa all’interno del disco, strumenti inusuali per la band, come il sitar, l’armonica a bocca o le marimbas (che incorniciano la perfetta “Under my thumb”).
A differenza degli altri album inoltre, sembra che Keith Richards si tenga un po’ indietro rispetto al suono del resto della band, appare quasi come se volesse accompagnare gli altri più che essere protagonista con la sua chitarra (come invece accade in altri album). La voce di Mick Jagger è anch’essa in perfetta armonia con il resto degli strumenti. Si percepisce la volontà di creare un suono unitario e compatto, senza nessuna “fuoriuscita” o volontà di primeggiare da parte dei componenti della band.
Le canzoni, che dire: una manciata di numeri uno senza escludere nessuno dei pezzi (anche se verso la fine, a mio parere, l’album cala leggermente in termini di carica).

Farò un riassunto, cercando di essere breve, lasciando da parte alcune canzoni, ma solo per non prendere tutto il blog di Maps con questo post!
“Paint it black” è diventata una delle canzoni-manifesto della band, un brano che con il suo riff ripetuto, l’uso del sitar e l’esplosione nel ritornello segnala il lato oscuro degli Stones che non vogliono più che il mondo sia a colori, ma completamente dipinto di nero, un simbolo della loro volontà di non sottostare alle regole della (allora?) rigida Gran Bretagna.
“Stupid girl” è invece una presa di posizione ironica contro una ragazza, e forse tutta una certa categoria di donne che non pensano, che sono frivole e risultano quindi non solo stupide, ma pure bruttarelle. Anche qui la ripetizione nella melodia è usata in modo pungente ed ironico e non ci si può stancare.
Dopo “Lady Jane”, esempio di una sdolcinatezza che forse stanca un po’ dopo vari ascolti, arriva “Under my thumb”, il mio pezzo preferito (e di molti altri pare), e nelle mie grazie stanno anche  “Doncha bother me” e “High and dry”. Questi pezzi combinano felicemente il soul, il blues, mentre i testi sottolineano ancora una volta la voglia di essere protagonisti (a scapito spesso del gentil sesso, ma anche di tutto il resto del mondo) sempre però con una certa disillusione palpabile.
L’album si chiude con “I’m going home”: un brano di ben 11 minuti dove il nostro Mick ci ricorda che “non si dorme mai bene come nel letto di casa”.
Spero di non avere annoiato nessuno dando nuovamente luce a questo album che può essere ascoltato e riascoltato mille volte senza mai esserne stanchi, e questa ragazzi, non è cosa da poco!

Articolo pubblicato alle 17:00 del Monday 18 October 2010, nelle categorie: Speciali, Video.
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